Il paradosso dello schwa

Può una “e“ rovesciata raddrizzare il mondo? Ancora non lo sappiamo, quel che è certo al momento è che agita il sonno dei puristi dell’idioma, scalda gli animi dei benaltristi e fa infuriare il centrodestra. Piccolo viaggio alla scoperta della proposta di modifica della lingua italiana che da oltre un mese è sulla bocca di tutti.

Photo by Bálint Szabó on Unsplash

Il 12 aprile 2021 il Comune di Castelfranco Emilia, accogliente cittadina di 33 mila abitanti al confine tra le province di Modena e Bologna, spiega attraverso un post sui propri profili social la decisione di “adottare un linguaggio più inclusivo: al maschile universale (“tutti”) sostituiremo la schwa (“tuttə”), una desinenza neutra”.

Ma questo, continua il testo, “non significa stravolgere la nostra lingua o le nostre abitudini, significa fare un esercizio di cura e attenzione verso tutte le persone, in modo che si sentano ugualmente rappresentate. E’ un passo importante verso uno dei nostri obiettivi: una società e una comunità #inclusiva, #equa e #coesa!”.

E così questa piccola comunità, principalmente nota per essere la patria dei tortellini ed ospitare ogni anno la festa in costume che ne rievoca la nascita, si aggiudica un’altra paternità che la porta al centro della cronaca: è il primo ente di una Pubblica Amministrazione ad introdurre l’utilizzo dello schwa. A dire il vero il giorno da segnare sul calendario è il 26 marzo, quando compare il primo post che contiene la novità linguistica.

Di lì ne seguiranno altri nei quali l’utilizzo dello schwa si alterna a quello del maschile generico (detto anche “sovraesteso”) opppure del femminile e maschile affiancati, fino all’annuncio ufficiale del 12 aprile scorso.

Questo evento ha scatenato un acceso dibattito sui social e generato una importante attenzione mediatica che ha prodotto articoli su testate come La Repubblica, Il Post e Il Fatto Quotidiano, solo per citarne alcune.

Alcuni dei titoli usciti in rete

Il tema era già caldo, perché quando si parla di inclusività di genere non può non essere considerato anche l’aspetto linguistico della questione. Come scrive Violi, infatti, “Il genere non è soltanto una categoria grammaticale che regola fatti puramente meccanici di concordanza, ma è al contrario una categoria semantica che manifesta entro la lingua un profondo simbolismo”.

Sebbene non tutti ne siano consapevoli, la nostra lingua deve fare i conti - o meglio, dobbiamo farceli noi che la utilizziamo - con la regola del maschile sovraesteso/generico (v. Treccani) che prevede l’utilizzo di termini maschili in riferimento a gruppi che includono sia uomini che donne, anche in presenza di un solo maschio (es. alcuni politici italiani si sono dimessi), e per la quale tra parole maschili e femminili l’accordo è sempre al maschile (es. bambini e bambine erano tutti stretti ai loro genitori).

Da anni professionisti della comunicazione e sociolinguisti si interrogano su come superare tale regola per rendere la nostra lingua più inclusiva non solo rispetto a persone appartenenti al genere femminile, ma anche a persone di genere non-binario, ovvero tutti coloro che intendono compiere una transizione da un genere verso l’altro o che si identificano in entrambi i generi, oppure in nessuno dei due.

Tra i principali protagonisti del dibattito c’è senza dubbio Vera Gheno, la sociolinguista che attraverso il proprio profilo Facebook porta quotidianamente attenzione sull’argomento, cercando di sensibilizzare gli utenti sull’importanza della questione e invitando il pubblico già sensibile al tema a contribuire al suo sviluppo, come ad esempio in questo post dello scorso agosto.

Proprio in una intervista a Vera Gheno del marzo 2020, lei stessa ha chiarito di non essere l’ideatrice della proposta, che risale al 2015 e viene in realtà da Luca Boschetto, che dopo aver sperimentato di persona le modifiche utilizzate in lingua inglese per renderla inclusiva ha pensato che fosse arrivato il momento di un tentativo anche per l’italiano e lo ha ipotizzato nell’articolo “Proposta per l’introduzione della schwa come desinenza per un italiano neutro rispetto al genere, o italiano inclusivo”. Qui, riferendosi alla duplicazione delle forme (“lui/lei”) e all’uso di caratteri “jolly” (student*, maestr@), scrive che

questi espedienti rendono estremamente poco scorrevole il testo, nel caso dell’uso delle duplicazioni, o sono utilizzabili solo nel linguaggio scritto, nel caso dei caratteri jolly, in quanto questi non hanno un fonema corrispondente pronunciabile. La proposta di utilizzare la “u”, unica vocale non correlata al genere delle nostre cinque di base, come desinenza neutra per risolvere il problema della pronunciabilità è carente in quanto mancherebbe un’alternativa per il numero plurale

Dall’articolo è poi nato un sito internet che si chiama Italiano Inclusivo ed è interamente dedicato allo schwa. Ce ne spiega le origini, approfondisce le motivazioni all’utilizzo, ne illustra la pronuncia, ci offre strumenti per scriverlo sui nostri computer e smartphone e ci racconta in breve come altre lingue europee si stanno modificando per diventare inclusive.

Per chi avesse voglia di fare subito pratica, ecco un rapido tutorial sulla pronuncia:

Il suono può sembrare ostico da riprodurre e potrebbe persino farvi sentire ridicoli mentre ci provate. Vi sorprenderà però sapere che questa vocale è già presente nella nostra lingua, ad esempio nel dialetto napoletano sul finale delle parole “mammeta” e “Napule”, come ci mostra lo stesso autore di Italiano inclusivo. Per un ulteriore approfondimento sulla presenza di questo suono nei nostri dialetti potete leggere questa pagina sull’Enciclopedia Treccani, paragrafo 4.

Screenshot dal sito dell’Enciclopedia Treccani alla voce “sceva” (2011)

Come si legge sempre su Treccani, neutralità e (medio-)centralità sono due caratteristiche oggettive dello schwa ed è probabilmente per questo motivo che è stato individuato come lo strumento ideale per provare a superare la natura più generista – mi si perdoni il neologismo – che realmente generica della nostra lingua. Se come abbiamo visto, infatti, il genere è una categoria semantica che manifesta entro la lingua un profondo simbolismo (cit. Violi), ecco allora che bisognava attingere a una soluzione dalla forte valenza simbolica, per poter lasciare il segno da un punto di vista valoriale e non solo linguistico.

Del resto, anche il Comune di Castelfranco Emilia ha confermato la motivazione simbolica nella scelta dell’utilizzo dello schwa sui social, come hanno scritto gli stessi amministratori della pagina Facebook in un commento al “post dello scandalo”:

[…] Un’iniziativa come quella che questa mattina abbiamo presentato in questo post ha senza dubbio un valore “simbolico” e, se non accompagnata da azioni concrete e quotidiane, non sarà mai sufficiente a rendere la nostra comunità pienamente inclusiva. È però evidente che, come in tanti altri ambiti, anche le azioni simboliche abbiano la loro importanza e costituiscano un fondamentale punto di partenza per il raggiungimento degli obiettivi che ci siamo posti [….]

Va detto che tale spiegazione è stata probabilmente un atto dovuto a seguito dell’orda di commenti negativi al post da parte dei visitatori della pagina, soprattutto una risposta necessaria a placare i toni offensivi e in alcuni casi addirittura intimidatori: il Sindaco di Castelfranco ha dichiarato infatti di aver ricevuto minacce di morte via mail.

Quanto accaduto conferma la tesi di Vera Gheno secondo la quale l’imposizione dello schwa al momento “non sarebbe tollerabile”. Secondo la sociolinguista, infatti, si tratta di una proposta che lavora secondo una logica di aggiunta e non di sostituzione: è una possibilità in più, per chi non vuole definire la propria identità di genere al livello linguistico, che non toglie nulla a chi invece vuole continuare a farlo.

Abbiamo ripercorso le motivazioni che hanno portato alla nascita di questa proposta di modifica della lingua. Tutte le argomentazioni a supporto sono sensate e sembrano rispondere alla crescente esigenza di equità secondo la logica del “nessuno escluso”.

Eppure occorre ricordare che l’inclusività è un fine e non un mezzo. Tra i mezzi, imprescindibili, che concorrono al suo raggiungimento c’è l’accessibilità, ovvero la capacità di “erogare servizi e fornire informazioni fruibili, senza discriminazioni, anche da parte di coloro che a causa di disabilità necessitano di tecnologie assistive o configurazioni particolari”, come definito dall’AgID, l’Agenzia per l’Italia Digitale, nel suo ultimo aggiornamento del 17 agosto 2020.

Considerare l’inclusività come uno strumento valido a prescindere, dunque, rischia di portarci a perdere di vista gli elementi che concorrono a rendere un’esperienza, un ambiente o una comunicazione inclusivi.

Pertanto, se assumiamo che non può esserci inclusività senza accessibilità, la domanda sorge spontanea (cit.): lo schwa è accessibile? Ad oggi non lo è perché, come ci ricorda Alice Orrù, copywriter e traduttrice che ha fatto del linguaggio inclusivo la sua missione:

· alcuni lettori di schermo non leggono lo schwa e lo interpretano come un suono muto;

· lo scwha non è presente in molte famiglie di web font, quindi il suo uso sul web è limitato;

· ə è un carattere speciale, quindi non può essere inserito negli URL;

· alcuni sistemi di indicizzazione non interpretano correttamente il termine schwa e anche i motori di ricerca semantica, come quelli di Google e Bing, potrebbero presentare lo stesso problema.

Aggiungo a questo elenco una riflessione sulle persone con una limitata capacità visiva e cognitiva, uomini e donne magari in età avanzata che non hanno deficit tali da dover ricorrere all’utilizzo dei lettori di schermo ma che tuttavia potrebbero avere difficoltà trovandosi davanti un segno grafico che non conoscono e che potrebbero confondere con una “a”, ad esempio, ed essere così indotti a un’interpretazione errata del testo.

Inoltre, non mi è chiaro come si comporta lo schwa nel caso degli articoli determinativi (il/lo/la/i/gli/le) e delle preposizioni articolate (del/dello/della/dei/degli/delle/dai/dagli/dalle/nei/negli/nelle).

Photo by Tim Mossholder on Unsplash

In conclusione, penso che questo dibattito abbia le sue ragioni di esistere anche se attualmente non condivido la soluzione dello schwa in quanto non accessibile.

Credo però che sia naturale desiderare che la lingua si evolva insieme alla società. Quando nel 1963 Edoardo Vianello cantava “i Watussi, gli altissimi negri” nessuno in Italia riteneva offensiva la parola “negro”, perché in effetti non lo era. Usarla oggi, invece, lo sarebbe eccome.

Il paradosso dello schwa rischia però di colpire anche il partito del “contano i fatti”. Perché, se ci riflettiamo, le parole implicano il fatto di dirle, di leggerle o di pensarle. Dunque implicano azioni. Tanto che il filosofo e linguista John Langshaw Austin le ha definite “atti linguistici”. Secondo la sua teoria, che ho scoperto grazie a un webinar di Mafe De Baggis per Architecta, ogni frase proferita (locuzione), ha un obiettivo e un’intenzione (illocuzione) e genera un effetto sull’interlocutore (perlocuzione). Ogni enunciato ha pertanto un valore “performativo”: una volta che abbiamo detto qualcosa, infatti, questo esiste e non possiamo eliminarlo, non possiamo tornare indietro.

Chiudo lasciandovi i link dei due articoli che esprimono opinioni estreme, un po’ come fa Amazon con le recensioni:

la più positiva

la più negativa

BONUS TRACK

In un TED Talk del 2017 la psicolinguista Lera Boroditsky ci spiega come la lingua che parliamo influenza il modo in cui pesiamo. Se non lo conoscete prendetevi 15 minuti di tempo, non ve ne pentirete:

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